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PSICOLOGI DELLO SPORT E SICUREZZA SULLA STRADA: UN ANNO DI BILANCI

ALTRI SPORT 01/08/2019

Rubrica


PSICOLOGI DELLO SPORT E SICUREZZA SULLA STRADA: UN ANNO DI BILANCI
L’esperienza della Commissione Psicologia del Traffico di PDS – Psicologi dello Sport




PDS traccia un primo anno di attività dedicata alla sicurezza stradale. Un anno che ha consentito di accumulare notevole esperienza non tanto nella raccolta e interpretazione dei dati già abbondantemente disponibili all’estero, quanto sui canali e le modalità di veicolazione dei messaggi con l’obiettivo di sensibilizzare gli utenti della strada a creare regole più coerenti con le reali condizioni di rischio.

«Sin dall’inizio – come spiega il dott. Luca Libanora, coordinatore della commissione Psicologia del Traffico di PDS, Psicologi dello Sport – abbiamo considerato che gli approcci classici, sulla normativa e le infrastrutture, non solo non siano sufficienti ma spesso finiscano per creare effetti paradosso, esattamente come accade in altri comparti (ad esempio la sicurezza lavorativa). Per questo motivo abbiamo cercato di spostare l’attenzione sull’aspetto umano e ancora di più su quello sociale.

Un incidente infatti, al di là delle dinamiche che lo determinano, deriva dalla mancata o errata previsione del comportamento degli altri rispetto al nostro o del nostro comportamento rispetto a un ambiente complesso, che varia a velocità superiori alla capacità di stima del nostro sistema nervoso. Ne deriva la necessità di creare delle regole, da declinare in strumenti pratici e manipolabili, che mettano in sicurezza le persone indipendentemente dal comportamento degli altri».

Per quale motivo ritiene che gli approcci classici non funzionano? «Preciso che sono imprescindibili, ma non si può basare la minimizzazione del fenomeno dell’incidente stradale sulla fiducia nel rispetto della norma e della modifica delle infrastrutture. Inoltre, il dibattito che si è creato sta polarizzando pericolosamente le opinioni delle differenti categorie di utilizzatori. Ciascuna categoria ritiene di risolvere il problema limitando la libertà dell’altro e modificandone i comportamenti, ma nessuno è disposto a modificare il proprio. Ciò si evidenzia non tanto nel rispetto delle norme – che è condizionato su controlli purtroppo insufficienti – quanto nella creazione di norme informali, che sono quelle da cui originano i comportamenti automatici (quelli prevalenti, visto che quando guidiamo non abbiamo la possibilità di riflettere). Questo in considerazione del fatto che il nostro obiettivo è decisamente più ambizioso rispetto a quello già importante di aumentare le condizioni di sicurezza delle categorie deboli in una fase in cui paradossalmente si creano condizioni di insicurezza… l’obiettivo è agire sulle giovani leve, intercettandoli nelle scuole, nelle società sportive, nella relazione fra i pari, nella fase in cui si creano gli stereotipi e gli automatismi, poiché questi saranno gli utenti della strada di domani, una volta diventati adulti. In altre parole, insegnando loro a utilizzare strumenti di sicurezza saranno loro stessi a garantirli per gli altri in futuro».

Parlava di canali di comunicazione… «Quanto ho appena esposto condiziona anche questo aspetto: la difficoltà di ricevere e dare significato ai messaggi, poiché vengono interpretati in una visione in cui il problema sia di qualcun altro e sia questi a dover modificare i suoi comportamenti. In qualche caso abbiamo notato una vera e propria reattanza e ci dispiace che questa si sia evidenziata più nella categoria dei ciclisti. Abbiamo pertanto modificato l’approccio, approfittando della nostra consueta attività professionale, legando la comunicazione alla formazione della sicurezza nelle aziende, visto che l’incidente stradale è nella maggior parte dei casi è un incidente professionale.

La comunicazione sulla sicurezza professionale ha una storia simile a quella stradale, con una iniziale reattanza da parte degli interessati, nonostante la normativa attuale – in vigore dal 2008 – sia stata prodotta per minimizzare l’infortunistica professionale. Oggi i tempi sono più maturi, i lavoratori integrano gli obblighi e le prescrizioni nei normali processi di lavoro. Legare questi aspetti alla sicurezza stradale considerandola di tipo professionale – abbiamo notato – è più agevole rispetto ai canali utilizzati fin qui.

Recentemente abbiamo integrato la formazione sulla sicurezza stradale in ambito organizzativo (ricordo che la legge prevede l’obbligatorietà di creare per sé e per gli altri condizioni di sicurezza) con il tema della L. 41/2016, quella nota come "Omicidio stradale”, che comporta notevoli – se non eccessive – sanzioni in caso di responsabilità nell’evento dannoso. In molti casi non ha senso distinguere chi provoca e chi subisce l’incidente e ciò aumenta notevolmente la probabilità di essere coinvolti in un’azione penale e risarcitoria, oltre che nella sospensione della patente e perdita di idoneità professionale. Se i lavoratori interiorizzano questo aspetto come una qualsiasi prescrizione professionale è più facile aggirare le normali resistenze ai cambiamenti di comportamento, perché ciò non è legato alla volizione, e chiama in causa l’azienda e la sorveglianza sanitaria nei controlli, proprio per effetto della responsabilità prevista dal Testo Unico sulla Sicurezza».

I risultati di questo approccio sono incoraggianti? «èovviamente presto per dirlo in termini numerici, ma sicuramente abbiamo aumentato la platea di destinatari del messaggio e l’interesse, anche se questo – ovviamente – come in un qualsiasi contesto formativo è in buona parte legato al formatore e ai materiali. Ma ciò che ci ha sorpreso e ci suggerisce di aver individuato un canale preferenziale è la notevole risposta che otteniamo quando chiediamo ai lavoratori in formazione di coinvolgere i propri figli, distribuendo loro il materiale – un opuscolo a fumetti – che abbiamo predisposto. Notiamo immediatamente un cambiamento di atteggiamento: se nel primo caso l’interesse è orientato alla conoscenza della norma e alle conseguenze per il non rispetto delle prescrizioni, a seguito di una maggiore conoscenza del fenomeno, successivamente, l’interesse è quello di garantire maggiori condizioni di sicurezza e la possibilità di non essere coinvolti in incidenti (non solo come vittima) per i propri familiari. Non obblighiamo le persone a raccogliere i materiali informativi, ma con piacere osserviamo che non rimane niente sul tavolo e addirittura ce ne vengono continuamente richiesti di nuovi».

Come reagiscono le aziende a queste attività? «Bisogna parlare ovviamente il linguaggio organizzativo: per farlo ci siamo legati ad un Ente Bilaterale che supporta l’attività formativa inserendo i materiali didattici sulla sua piattaforma e rilasciando attestati che sono validi al fine della formazione non obbligatoria in tema di sicurezza lavorativa. Inoltre tramite un ente accreditato abbiamo individuato gli strumenti finanziari che consentono di utilizzare fondi disponibili per tale attività la quale, agendo sulla prevenzione, viene premiata dall’Inail con l’abbassamento del premio assicurativo. In altre parole, l’azienda ottiene un reale risparmio economico che può recuperare per investimenti o per elevare l’utile di’impresa. Ma non bisogna pensare che questo sia l’unico motivo di interesse delle organizzazioni: è sicuramente utile in fase di proposta ma poi, una volta conosciuto l’argomento e legandolo ad esperienze di cui ciascuno dispone, lo sposano con piacere.

Inoltre, questo canale ci ha aperto le strade presso le istituzioni: da settembre saremo in grado di concretizzare molti progetti importanti che finora erano purtroppo rimasti sulla carta».


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Ultima modifica: 13/12/2019 - 12.50